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Dal marrone al verde: la semina diretta ci impone un cambiamento del nostro standard cromatico

La semina diretta è natura, biodiversità, vita, ed in quanto tale evoluzione e libertà.

È più bella una collina marrone o una collina verde?

La risposta dovrebbe essere abbastanza scontata: verde, senza ombra di dubbio!

Quando però siamo di fronte ad una collina lavorata per essere seminata con grano, le cose potrebbero non essere così chiare.

Andiamo con ordine.

Siamo in Ottobre e le semine del grano sono ormai alle porte.

Abbiamo di fronte un campo arato, discato, affinato e preparato per la semina.

Inizia nella pianura, con morbide linee lambite da un corso d’acqua, tirato come un biliardo per poi seguire una leggera pendenza e perdersi sulla cima della collina avvolgendola tutta.

Intorno, i campi ostentano ancora una zollosità grossolana in attesa di un ultimo passaggio prima della semina.

Il nostro è perfetto, quasi non fosse terra ma un dipinto scaturito dalla mano geniale di un pittore iperrealista, alla disperata ricerca della perfezione.

I colori abbracciano tutta la tavolozza del marrone: prevalgono i toni scuri fino al nero intenso, ma il marrone chiaro riesce a colorare chiazze sparse che assecondano le vene vitali del terreno.

A destra un campo è ancora verde.

Non riusciamo a fermare lo sguardo per molto tempo sullo stesso orizzonte.

Il verde non è omogeneo, ci sono erbacce sparse un pò ovunque, a volte folte e compatte, a volte basse e rade appena a coprire la terra.

Lo scenario sembra l’opposto del precedente, le sensazioni molto differenti.

All’ordine maniacale del marrone si oppone un verde disordinato, al biliardo le erbacce, alla perfezione la natura.

Siamo incerti se definire migliore il primo o il secondo, se assecondare il nostro senso dell’ordine o il desiderio di vita, se adagiare lo sguardo sui toni caldi del marrone o immaginare la biodiversità pulsante tra le erbacce verdi.

E se qualcuno ci chiedesse improvvisamente quale fosse il vero agricoltore, probabilmente premieremmo colui che ha consumato ore, giorni, gasolio, attrezzature, ferro, pneumatici, olio del motore ed olio di gomito, liberata CO2, scaricate tonnellate di gas da motori potenti per domare una natura “presuntuosa”.

E questo potrebbe essere anche il verdetto degli esperti in materia.

Anche la maggior parte di agricoltori e contoterzisti potrebbero essere d’accordo nel dire che un buon agricoltore che vuol bene alla terra deve arare, discare, affinare il terreno prima di seminare.

La semina diretta ha bisogno di un cambiamento radicale: passare dal marrone al verde, dall’ordine alla natura.

Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo abbandonare l’idea dei campi marroni, ordinati, precisi, dei campi “biliardi”.

La semina diretta è natura, biodiversità, vita, ed in quanto tale evoluzione e libertà.

E quando vediamo un campo destinato alla semina del grano, non arato, con erbacce sparse ovunque, con i residui della coltura precedente ancora in piedi, con il verde intenso, pieno e leggero al tempo stesso, sappiamo che dietro quel campo c’è un agricoltore attento alla natura, alla biodiversità, un agricoltore che sta impegnando le sue energie a tutelare la fertilità del suolo d’Italia, a contenere l’erosione superficiale, a sequestrare CO2 e protossido di azoto, ad evitare l’inquinamento di acque, suolo ed aria.

Dietro quel campo c’è un Direct Seeder.

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